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Frank Spada, Marlowe ti amo, Robin edizioni

Ciò che colpisce fin dalle prime pagine è indubbiamente la cifra stilistica. Una scrittura molto visiva che ricalca lo stile del noir ed omaggia Chandler a partire dalla scelta del titolo.
Frasi che si stagliano nitide sulla pagina per regalarci una lettura cinematografica dove le metafore e le figure retoriche sono contrasti di colore e la ruvidezza del tratto è addolcita dalla malinconia di un ironico distacco.
L’autore padroneggia e spadroneggia con l’arte dello scrivere e crea immagini con descrizioni trasversali e con frasi lapidarie di cinismo addomesticato.
Il detective va in scena da solo ma il mondo attorno a lui si popola di comparse, delineate con pochi tratti a matita quasi si trattasse di un disegno che l’autore va completando sotto i nostri occhi, mentre volge attorno a sé uno sguardo fintamente pigro.
Il Marlowe di Frank Spada è un uomo maturo e solo, che guarda con tenerezza la madre vedova e le sue amiche “(…) occupate a cucinare a fuoco lento le assenti”, che ricorda con una punta di nostalgia l’unica donna che ha lasciato un solco nel suo cuore e “(…) quell’ultima serata passata a farle capire che tra di noi era finita, con l’immagine dei suoi bambini ancora svegli per il bacio della buonanotte a suggerirmi le parole”, malinconico nei suoi soliloqui col padre defunto e con il suo doppio, feroce e sarcastico con gli interlocutori che tentano di giocare secondo regole non sue.

Tra un virtuosismo e l’altro la vera nota dissonante, a mio avviso, sta nell’eccessiva rarefazione della trama che sfiora pericolosamente l’esercizio di stile.
Il racconto giallo procede per allusioni lasciando al lettore il compito di unire i puntini.
I personaggi sono volutamente elusivi, mentono, omettono, forniscono esili indizi che sembrano collegarli in possibili trame che tuttavia si dissolvono come gli anelli di fumo della cui violacea perfezione si compiace il detective.
La trama è asservita alla scrittura ma sbiadisce in inquadrature di maniera.
L’autore ha cura del quadro d’insieme ma non si attarda a dar conto dei sospesi narrativi e abbandona la scena, per così dire, prima del finale, costringendo il lettore a ripercorrere a ritroso le pagine alla ricerca della frase mancata.
Una scelta che, se da un lato si sposa con quello stile asciutto fatto di rapide pennellate attraverso il quale ci viene proposto il racconto, dall’altro induce una sensazione di perplessità.
Esercizio di stile o esperimento letterario? Chi volesse tentare di scoprirlo non ha che da verificare di persona.

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