In questi giorni di neve e di freddo intenso il nostro terrazzo si è trasformato in un punto di ristoro per gli uccellini che faticano a trovare cibo e acqua. Dell’approvvigionamento si occupa con scrupolosa dedizione la mia figlia numero uno che negli anni mi ha consegnato diversi uccellini caduti dai nidi e un paio di giovani merli incapaci di volare ma non per questo meno difficili da “catturare” e da nutrire.

Uno di questi uccellini arrivò una sera dopo un temporale. Quasi implume, con un artiglio offeso, del tutto incapace di reggersi sulle zampine. Vista la situazione e le esperienze precedenti non avevo grandi speranze di vederlo sopravvivere, ciononostante Titto per diversi giorni venne nutrito ogni tre ore con una soluzione di omogeneizzato diluito che gli facevamo scivolare nell’ugola aperta e disperata aiutandoci con una siringa.
Il suo pancino spelacchiato e semi-trasparente si riempiva a vista d’occhio finché, finalmente sazio, si acquietava e riprendeva il suo sonno fino al prossimo pasto.
Nelle settimane successive imparò a zampettare malgrado l’artiglio rattrappito e organizzammo per lui delle vere e proprie lezioni di volo con una serie di espedienti mutuati da libri e documentari, sorreggendolo dapprima con il palmo della mano e togliendo gradualmente l’appoggio per costringerlo a planare usando le ali: il suo primo voletto in solitaria fu accompagnato dall’entusiasmo dei primi passi del primogenito.
Titto fece parte della famiglia per un mese. Era fuor di dubbio l’uccellino più scalcagnato che avessimo mai visto, certamente insettivoro, con la sua zampina malconcia, un piumaggio discontinuo che sulla testina lasciava dei ciuffi isolati piuttosto buffi e una bella bordura giallo intenso sulle ali.
Negli suoi ultimi giorni di permanenza cinguettava nella migliore tradizione disneyana, ci seguiva letteralmente ovunque per stare in nostra compagnia, planando ora sull’una ora sull’altra testa e si esibiva per noi in splendidi “otto” volteggiando in soggiorno, rifiutando categoricamente di farsi contenere in uno spazio prestabilito.
Una delle ultime notti, dopo numerosi vani tentativi, dovetti rassegnarmi ad accoglierlo con un piccolo asciugamano sopra il mio stomaco e solo allora piegò il capino sotto l’ala e si addormentò.
Per chi non ne avesse fatto esperienza gli uccellini sono esserini straordinariamente comunicativi sul piano affettivo e senza dubbio sanno essere enormemente risoluti.
Inutile dire che nel giro di pochissimi giorni la situazione era precipitata. Titto non voleva saperne di restare rinchiuso neppure per qualche ora e d’altro canto noi non volevamo che l’abitudine alla cattività gli precludesse la possibilità di tornare libero.
Cominciammo a lasciare le finestre spalancate e fu così che di lì a poco, una mattina, volò verso la finestra aperta e dopo essere rientrato a salutare con un ultimo “otto” e un cinguettio finale prese definitivamente il volo.

Anche per questo motivo guardo con tenerezza i nostri commensali sul terrazzo e cerco di rifocillarli fintanto che la neve renderà loro difficile procurarsi di che sopravvivere.

Ecco i nostri piccoli amici

Questa pensiamo sia una “ballerina bianca”, l’unica riconoscibile tra i nostri ospiti giornalieri.

Qui sotto una delle gatte di casa che li osserva rapita. Va da sé che, appena il tempo migliora, saremo costretti a chiudere il nostro ristorante per volatili.

Viv

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