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Il 22 dicembre 1947 il giornalista di una piccola località nel nord della Svezia riceve una lettera dal suo caporedattore che lo licenzia con il veto assoluto di scrivere. Motivo del licenziamento la scoperta che in anni di collaborazione ogni singolo articolo di cronaca locale sia colpevolmente scaturito dalla fertile immaginazione del cronista.
Dopo più di cinquant’anni il giornalista, ormai ultracentenario, legge il necrologio del caporedattore e, ritenendosi libero dal veto, riprende da dove si era interrotto.

Da qui parte il racconto del viaggio gastronomico di Roberto Maser -presunto Martin Bormann transfuga in Svezia nei panni di un commerciante itinerante di tessuti- e di Lars Högström, maestro di scuola sopravvissuto alla tubercolosi. I due, inizialmente accomunati dalla passione per il bel canto, si scoprono paladini di una tradizione culinaria della zona, la pölsa, una sorta di galantina a base di frattaglie di carni lessate e spezie. Alla ricerca della pölsa perfetta trascorrono l’estate aggirandosi in motocicletta per i villaggi circostanti testando ciascuna variante e memorizzando ingredienti e sensazioni quasi da questo dipendesse il significato dell’esistenza, tanto da far dire ad uno dei due adepti “Se in mezzo a una vita vuota e priva di senso si incontra la pölsa, si può dire a se stessi: esiste, nonostante tutto, un fondamento, un nocciolo o centro nell’infinito e illimitato (…). E all’altro “(…) nell’attimo in cui si crede di averla trovata, si è costretti a rendersi conto che quella pölsa non è ancora altro che un indice puntato, un’indicazione, un punto di partenza”.
La ricerca della ricetta perfetta diventa metafora della felicità sfuggente ed inafferrabile, di ogni segreta variante che si cela dietro ciascun essere umano, dell’incontro con il proprio destino.

Romanzo in cui realtà e fantasia hanno un confine incerto e si mescolano senza soluzione di continuità nella cronaca immaginaria di cui si racconta e nella quotidianità del vecchio cronista ospite in una casa di riposo. In una delle ultime pagine il giornalista -di cui non viene mai fatto il nome- dopo aver contribuito al ritrovamento di una miniera d’oro grazie ad una carta topografica nata dalla sua immaginazione si giustifica con chi gli chiede come sia riuscito a ricordarne tutti i particolari con questa frase emblematica “la fantasia è la mia memoria”.

Le vicende dei protagonisti sono accessorie al linguaggio e il linguaggio è asservito a vicende in cui la sospensione dell’incredulità è quasi indispensabile.

Chi conosce gli scrittori nordici ritroverà in Torgny Lindgren la levità e l’umorismo naïf che accomuna molti degli autori scandinavi editi da Iperborea: dialoghi stranianti e un lento indugiare che sembra appartenere all’età avanzata del cronista che, in equilibrio tra realtà documentale ed immaginazione creativa, persegue la “menzogna veritiera” ed ammette che “(…) quel che fa perdere più tempo è tutto quello che non dev’essere scritto”.
Una prosa con caratteristiche nobili che tuttavia non incontra completamente il mio gusto personale.

Viv

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