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Nicola Gardini, Le parole perdute di Amelia Lynd, edito da Feltrinelli

Difficile non cedere alla tentazione iniziale della simmetria tra il condominio di via Icaro a Milano e quello in Rue de Grenelle a Parigi (Muriel Barbery, “L’eleganza del riccio”). Eppure le similitudini sono davvero pochissime.
Il condominio che ci racconta Gardini è un palazzo popolare nella Milano degli anni Settanta ed Elvira è una donna semplice, lontana dai libri, il cui unico sogno è diventare proprietaria di uno degli appartamenti dello stabile in cui presta servizio come portinaia.
A farle da contraltare la nuova inquilina del quinto piano, Amelia Lynd, un’anziana signora, madrelingua inglese, che vive in un mondo di idee cui darà accesso unicamente a Chino, figlio tredicenne di Elvira, che ne subisce il fascino misterioso in stridente contrasto con il mondo materialista e gretto dei litigi e dei dispetti condominiali in cui si dibatte la madre.
Amelia è una donna che ha viaggiato, che ha vissuto di cultura, di libri ed esperienze anticonformiste, atea ed innamorata della libertà che possono regalare le parole.
Ed è proprio attraverso questa stravagante amicizia intergenerazionale che Chino scopre una realtà fatta di riflessioni e di idee e si avvia verso una nuova consapevolezza che ne formerà il carattere indirizzandolo a studi meno pragmatici di quelli a cui l’avevano destinato i genitori.
I lunghi pomeriggi di chiacchiere tra Amelia e Chino offrono all’autore lo spunto per riflessioni sull’importanza e il significato delle parole (“…il significato da solo non esiste! La parola è un significato che entra in contatto con la gente e assume aspetti diversi, ognuno ci riconosce un po’ di sé…”) e sull’Italia dei nostri giorni vista attraverso le profetiche e disincantate considerazioni dell’anziana signora che sostiene con Chino che “…tra venti, trenta, quarant’anni nessuno avrebbe saputo più pensare. Anzi, qualcuno sì, e quel qualcuno sarebbe stato costretto ad andarsene, oppure ad adeguarsi, se intendeva ottenere qualcosa…”. E quando l’autore parla di pensatori in fuga dall’Italia forse si riferisce anche a se stesso, laureato in lettere classiche con un dottorato in letterature comparate, oggi professore ad Oxford.

Un romanzo su più livelli che ci regala uno sguardo nostalgico su una Milano in cui la vita quotidiana ruotava intorno alle relazioni tra vicini di casa e la guardiola della custode, che allora era davvero solo la portinaia, era il passaggio obbligato di vizi e virtù private.

Viv

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