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Chi ha avuto un’infanzia e un’adolescenza benedetta dalla presenza di una vera amica apprezzerà il libro di Elena Ferrante, pseudonimo di un autore che ha scelto di restare nell’ombra.

Primo di una serie di quattro romanzi, ambientato nei sobborghi di una Napoli del dopo guerra, dove la violenza è all’ordine del giorno, “L’amica geniale” ci porta nella vita di due bambine unite da un legame di stima e di complementarietà che supererà la prova del tempo e della distanza.
Elena Greco, insicura e studiosa, ammira nell’amica Raffaella, che per lei sola è Lila, il coraggio e la forza che sente di non avere.
E’ lei che, adulta, in seguito alla notizia della scomparsa dell’amica, che dalla sera alla mattina fa perdere le proprie tracce, ripercorre la storia della loro amicizia a partire dalle prove di coraggio che hanno suggellato il loro sodalizio.
Al centro di tutto Lila, definita da tutti una bambina “cattiva”, ruvida e schiva, sfrontata ed indifferente, dotata di un’intelligenza non comune, che raggiunge senza sforzo alcuno risultati che ad Elena costano impegno e sacrificio, che supera con naturalezza l’amica in ogni cosa che decide di fare. Di fronte a lei Elena, diligente e desiderosa di piacere e compiacere genitori, insegnanti e coetanei, che guarda con ammirazione ed invidia quell’amica carismatica cui vorrebbe somigliare e che per lei è un punto di riferimento costante.

Delle due, tuttavia, sarà proprio Lila a rimanere impigliata in quell’ambiente angusto dal quale entrambe provengono. Destinata al lavoro nella bottega di famiglia e al matrimonio le sarà impedito di continuare gli studi mentre Elena prenderà gradualmente le distanze dal rione e dagli amici di un tempo. Lila sarà la grande eccezione, il legame che permane a dispetto di tutto.
Lila soffre il disagio di una mentre brillante costretta ad interlocutori mediocri, mal sopporta l’ascendente pedissequo che stimola nelle coetanee e all’amica Elena confida che “è bello parlare con gli altri ma solo se quando parli c’è uno che risponde”. Proprio in virtù di questa affinità elettiva, Lila affiderà ad Elena il compito di realizzare l’auto-affermazione che a lei è negata.

Sullo sfondo l’usura, la camorra, il boom economico, le prime auto esibite come status simbol, i rituali nostalgici delle paste la domenica mattina e l’educazione, sentimentale e non, degli adolescenti di quegli anni.
Padri che alternano brusche tenerezze ad atti di violenza improvvisa; madri che assistono imbarazzate alla pubertà delle loro figliole e dispensano infastidite spiegazioni sommarie, aumentando il disagio e il senso di colpa delle figlie adolescenti. Famiglie d’altri tempi, in cui ai figli non era dato di avere opinioni proprie neppure in età adulta.
Elena, rimandata in latino in seconda media, cui il padre voleva far interrompere gli studi, riceve dalla madre un incoraggiamento inaspettato e tuttavia estremamente sbrigativo: “Le lezioni non te le possiamo pagare, ma puoi provare a studiare da sola e vedere se superi l’esame. Non sta scritto da nessuna parte che non ce la puoi fare”.
Con tutti i distinguo del caso, che differenza con i genitori di oggi la cui prima preoccupazione sembra essere quella di sollevare i figli da ogni responsabilità!

L’autrice ci avvince con un racconto incalzante ed una prosa scorrevole che, nell’affastellarsi dei ricordi, che si intrecciano e fanno capolino per poi riemergere in aneddoti più circostanziati, non è mai confusa e avvolge il lettore in un’atmosfera di autenticità che pochi romanzi riescono a raggiungere.

Da leggere. Da consigliare. Da regalare.

Viv

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