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Carlo Verdone, Dizionario delle cose perdute, Enzo Ghinazzi, Francesco Guccini, La casa sopra i portici, La confessione, Pupo
Tre libri molto diversi scritti da personaggi dello spettacolo che mi offrono lo spunto per qualche considerazioni a latere.
Senza voler creare parallelismi che non esistono, si tratta di quelle che definirei letture non invasive, “da ombrellone”, anche se nel mio caso si tratta di riempitivi notturni nei quali inciampo in alternativa alle parole crociate e soprattutto senza impoverire il mio portafogli.
Carlo Verdone, La casa sopra i portici, Bompiani
Un acquerello poetico venato di malinconia in cui Carlo Verdone si racconta e raccoglie aneddoti e ricordi degli anni trascorsi nella casa romana di via Lungotevere dei Vallati, teatro della sua infanzia e dell’adolescenza.
Il racconto è circoscritto idealmente all’interno dell’appartamento al terzo piano della casa sotto i portici, alle cui stanze ormai vuote viene reso omaggio attraverso una serie di aneddoti spesso slegati o semplicemente accennati accompagnati dallo sguardo affettuoso ed equanime dell’autore. Si tratta di istantanee a colori e in bianco e nero che richiamano alla memoria volti di amici perduti, prime fidanzatine, di tate e collaboratrici domestiche e di quei personaggi dai nomi altisonanti della cultura e dello spettacolo che abitualmente frequentavano il salotto “bene” di casa Verdone.
Si respira l’atmosfera serena che promana dai legami profondi e Verdone ci descrive un’infanzia privilegiata all’insegna di un’educazione improntata all’onestà e al rigore, impartita da due genitori molto uniti, intelligenti e dedicati alla famiglia.
La vita quotidiana e i rapporti tra genitori e fratelli sono ritratti con delicatezza e un’attenzione discreta nel non obbligare sotto i riflettori amici e familiari tuttavia, la frammentarietà della narrazione e il riserbo nel preservare l’intimità delle relazioni, tende a relegare il lettore “sulla soglia” come se il racconto si rivolgesse alla casa e a coloro che l’hanno abitata lasciando tutti gli altri a sbirciare senza il coraggio di chiedere “Permesso?”.
Verdone sulla pagina perde la verve del grande intrattenitore ma la Roma della sua infanzia e il clima affettuoso che permea le pagine compensano in parte una scrittura meno brillante dell’eloquio. Quello che non viene compensato, a mio avviso, è il prezzo del volume, decisamente troppo elevato per un’opera così transitoria. Stesso dicasi per la segnalazione che segue.
Enzo Ghinazzi, La confessione, Rizzoli
Prima considerazione un po’ amara. Le grandi case editrici pubblicano con precedenza assoluta ciò che potrebbe far vendere a discapito spesso di autori qualificati ma poco noti.
Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha pubblicato con Rizzoli un thriller che che prende il via da un delitto che si compie durante i giorni febbricitanti del festival di Sanremo. Corruzione, usura e qualche dettaglio semi-autobiografico sono gli ingredienti di questo giallo che ha il grande pregio di intrattenere velocemente il lettore e di non fargli sprecare troppo tempo.
Una scrittura piuttosto scolastica, qualche ingenuità nell’impianto, un’assoluta mancanza di approfondimento dei personaggi, uno stile a tratti didascalico in cui, sottovalutando o conoscendo fin troppo bene il suo lettore-tipo, l’autore si sente in dovere di spiegare l’ovvio appesantendo una prosa già piuttosto semplificata.
Non ho amato la deriva letteraria di Faletti -cui Pupo è stato assimilato, forse per identità di genere- pretenziosa ma certamente con una qualità di scrittura ben superiore rispetto a quella di Pupo, tuttavia quest’ultimo ha il pregio di prendersi meno sul serio. L’impalcatura regge senza infamia e senza lode, anche se all’involucro manca la sostanza del buon romanzo.
Una lettura da ombrellone, che sostituisce a scelta il rotocalco di turno o il sudoku per principianti, senza timore alcuno che le chiacchiere del vicino possano turbare la concentrazione.
Ironizzando sul titolo direi che si tratta di un peccato da confessare sottovoce e con qualche imbarazzo.
Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori
Un amarcord senza malinconia, quasi una chiacchierata tra amici, in cui Guccini -classe 1940- estrae dal baule dei ricordi abitudini ed oggetti che ormai fanno parte del nostro passato, un passato in cui si riconosceranno soprattutto i genitori di chi come me non ha fatto in tempo a vivere direttamente molto di ciò di cui si racconta.
Sono arrivata tardi per utilizzare i telefoni in bachelite ma non per vederli appesi nei corridoi delle case di qualche anziana zia, ho fatto in tempo per un soffio a sperimentare il cinema quando era normale entrare a proiezione iniziata e aspettare quella successiva per vedere la prima parte della pellicola fino al punto in cui ci si diceva “Ecco siamo arrivati qui!”. Fortunatamente a scuola si usavano già le penne a sfera e non i pennini da intingere nell’inchiostro ma i banchi conservavano il foro tondo per il calamaio, al quale ciascuno di noi dava le destinazioni più fantasiose.
Vivendo in un ambiente geografico diverso molte delle abitudini di gioco dei bambini di allora mi sono estranee ma fanno parte dei racconti di genitori e nonni.
Come indicato dal titolo, il libro procede come un dizionario e propone voci distinte, scollegate, che possono essere lette in ordine sparso senza una conclusione.
Nostalgico per chi si riconoscerà nelle “cose perdute” di cui racconta Guccini e ricco di curiosità per chi è arrivato dopo. Dal punto di vista strettamente letterario, una lettura piacevole ma poco coinvolgente. Forse gli stessi aneddoti, raccontati dalla viva voce dell’autore, avrebbero acquistato la vitalità che manca alla pagina scritta.
Viv


