Alessandro Baricco, Tre volte all’alba, Feltrinelli
In gergo televisivo lo si potrebbe definire uno spin off di “Mr Gwin”, poiché “Tre volte all’alba” viene citato nell’ultimo romanzo di Baricco e prende vita per volontà dell’autore a partire da quella citazione.
Tre atti unici ambientati in un hotel, un non luogo, o per meglio dire un luogo di passaggio, così come di passaggio è la collocazione temporale in cui si svolgono i racconti, tra le ultime ore della notte e l’alba, le ore in cui si consuma la fine ed un nuovo inizio.
Allo stesso modo ogni episodio coglie i personaggi nell’alba di un nuovo inizio, nell’attimo in cui si compie un cambiamento.
Baricco scrive di un uomo e di una donna “che si incontrano per tre volte, ma ogni volta è l’unica, e la prima, e l’ultima”, che si ritrovano pur senza ritrovarsi perché si muovono in un universo quantico di vite parallele.
Nel primo racconto li sorprendiamo coetanei, nel secondo l’anziano portiere d’albergo è alle prese con un’adolescente ribelle, nel terzo la donna, ormai cinquantenne, si prende cura di un ragazzino traumatizzato di tredici anni.
Un romanzo circolare che ad una lettura superficiale sembra un puro esercizio di stile, di quelli che a Baricco riescono tanto bene. Inizialmente non ero riuscita a coglierne la trasversalità e mi era parso piuttosto deludente ma, senza clamore, di pagina in pagina il quadro va completandosi, ogni episodio arricchisce di dettagli il precedente e il successivo e si svela una trama sottesa che appartiene singolarmente a ciascuno dei personaggi senza che l’altro interferisca se non in quell’unica alba di cambiamento.
Un libro scritto, per ammissione dello stesso autore, per puro diletto, che costruisce un gioco di scatole cinesi su una struttura temporale dell’irrealtà.
Baricco affascina anche quando si dà col contagocce. Settanta pagine effettive che avrebbero potuto costituire una semplice appendice al “Mr Gwin” pubblicato qualche mese fa, così come -perdonate la digressione, ma è un omaggio ad uno dei miei libri feticcio- gli scritti giovanili di Joseph Knecht sono riportati nelle ultime pagine del “Gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse.
Viv












